In presenza del fenomeno noto come
"globalizzazione", il livello di competizione economica tra le imprese
non è più locale (tecnicamente "domestico" se nazionale o
"multidomestico" se multinazionale), ma planetario.
Sotto il profilo delle strategia d'impresa
competere in modo "multidomestico" significa considerare ogni Paese come
una regione a sé stante pressoché isolata rispetto al resto del mondo:
ciò che accade in uno spazio "multidomestico" non ha, infatti,
ripercussioni né immediate né cruciali sui mercati di altre nazioni. In
quest'ambito le strategie economiche adottate dalle imprese hanno
pertanto carattere "individuale" mirato ad ogni singolo
Paese.
Uno spazio economico (ma non solo economico) è,
invece, "globale" se è talmente integrato che quanto accade in uno
qualsiasi dei suoi "punti" variamente dislocati non è ininfluente
- ed anzi è decisivo - rispetto a tutti gli altri "punti"; e ciò per
quanto le aree di reciproca influenza siano geograficamente o
culturalmente lontane. In uno spazio economico "planetario" qualsiasi
mutamento ha quindi immediate ripercussioni non soltanto su tutto
l'ambiente circostante ma anche sull'area geografica "globale" più
lontana.
Ne consegue che la "globalizzazione" non può essere
definita con parametri precisi, talché per capire cosa esattamente sia
questo fenomeno è più semplice fornirne una definizione "residuale" che
specifichi cosa non è:
1) la
globalizzazione non riguarda tutti i Paesi ma soltanto la c.d. "triade"
(Europa, Giappone, Stati Uniti ed aree strettamente
connesse);
2) la
globalizzazione non comprende né tutti i prodotti né tutti i settori e,
pertanto, non è un fenomeno generalizzato;
3) la
globalizzazione non è un fatto automatico: un prodotto, un settore o un
mercato divengono "globali" solo se maturano alcune precise
condizioni;
4) la
globalizzazione non coinvolge necessariamente sempre e solo le grandi
imprese, ma anche le piccole e medie imprese che possono operare in modo
globale.
Tali affermazioni sono puntualmente giustificate
delle stesse cause che stanno all'origine del fenomeno. In
particolare affinché la globalizzazione si manifesti in un determinato
Paese occorre che si verifichino contemporaneamente sia alcune
condizioni oggettive (convenienza economica), sia alcune
condizioni soggettive (attuazione di specifiche strategie),
altrimenti questo rimane solo "potenzialmente globale" senza
effettivamente diventarlo.
Occorre quindi procedere all'individuazione delle
radici del fenomeno per capirne l'esatto significato che è spesso
diverso da quanto sommariamente riportato dai mass-media che
preferiscono enfatizzare gli umori suscitati dal termine "globale"
piuttosto che rivelarne il vero significato.
L'esperienza quotidiana di ciascuno conferma che
bisogni degli individui maturano in un ambito non più domestico ma
tendenzialmente globale: si tratta di un processo rapido e mutevole
indotto dalla onnipresenza dei mass-media e dalla mobilità (non solo
materiale, ma anche culturale) degli individui. Esperienze quotidiane e
perfettamente normali quali guardare la televisione, navigare in
internet, viaggiare, socializzare e scambiare esperienze culturali con i
paesi più lontani sono il momento in cui si formano le nostre preferenze
individuali.
Questi processi naturali scaturiscono da complessi
fenomeni psicologici che determinano le nostre scelte ed i nostri
orientamenti. Le diverse opportunità economiche, sociali e culturali che
percepiamo sono solo una parte di quanto l'ambiente esterno
complessivamente ci propone: il vaglio e la selezione degli stimoli
esterni avviene attraverso il filtro costituito dalle nostre esperienze
che, salvo il caso di assenza rapporti sociali con il mondo esterno,
sono state formate in modo "globale".
Certo, nessuno di noi ritiene deleterio rapportarsi
con esperienze culturali diverse così come nessuno può ragionevolmente
opporsi al fenomeno dell'immigrazione; né si può ritenere riprovevole
guardare la televisione, connettersi alla rete, viaggiare e così via.
Sono tutte esperienze perfettamente naturali ed ormai necessariamente
"globali", tanto che negli ultimi anni vivere in modo "globale" è quanto
di più naturale ed umano vi è al mondo.
Le nostre scelte sono, pur marginalmente, indotte e
convogliate dalle imprese verso determinati beni o servizi attraverso,
ad esempio, la pubblicità. E, tuttavia, a questi stimoli noi stessi
aderiamo arrivando a preferire un bene ad un altro perfettamente uguale.
Al di là delle complesse problematiche psicologiche sottostanti, la
globalizzazione esiste perché noi stessi, per primi, siamo
globali.
Ad esempio, i missionari sono forse le persone più
lontane dal "vivere globali" e nonostante ciò neppure loro riescono a
sottrarsi a questo modo di vivere. Si pensi al missionario che dal più
remoto villaggio dell'Africa fa ritorno a casa: non si sottoporrà ad un
viaggio di settimane su una nave da carico, ma opterà per un ben più
costoso viaggio aereo. Così, i manifestanti che si ritrovano a Genova
per protestare contro il "G8" non vengono a piedi come avrebbero fatto
un paio di secoli fa, ma secondo la distanza da percorrere sceglieranno
l'auto, il treno o l'aereo. Le due scelte ci appaiono naturali e
scontate, tanto che negli ultimi trent'anni forse nessun missionario né
alcun manifestante ha mai neppure pensato di viaggiare su una nave da
carico o, peggio, a piedi.
Questo che ci appare tanto normale è esattamente un
comportamento ed uno stile di vita "globale" cui nessuno può sottrarsi.
E quando accusiamo le imprese di "pilotare" a loro discrezione le
preferenze dei singoli e della collettività, in realtà ammettiamo la
nostra stessa debolezza nell'aderire a questi stimoli. Ma, allora,
perché protestare se in realtà siamo noi stessi le cause del nostro
male?
Oltre a queste profonde modificazioni dei bisogni
dei consumatori, una seconda causa della globalizzazione è lo sviluppo
tecnologico. Infatti, la produzione oggi è molto più flessibile rispetto
al passato, e ciò soprattutto per via della c.d. "legolizzazione": un
fenomeno che investe più settori e riguarda la produzione di "pezzi
base" che possono essere variamente legati, combinati ed assemblati
ottenendo prodotti diversi o diversificati.
Con la flessibilità produttiva si ha una
smaterializzazione della produzione che rende le imprese capaci
di rispondere in modo flessibile alle esigenze dei consumatori. Esigenze
che si manifestano in modo sempre maggiore, diversificato, articolato e
specifico: la flessibilità consiste proprio in questa "capacità di
risposta" ai più diversi bisogni della flessibilità.
È dunque proprio lo sviluppo tecnologico che,
generando flessibilità produttiva, consente alle imprese di fare fronte
ai bisogni di cui già si è detto, e come tale è una causa della
globalizzazione. Se è quindi vero che lo sviluppo tecnologico è
un'importante concausa che ha dato origine alla globalizzazione, questa
non può riguardare tutti i Paesi ma soltanto quelli tecnologicamente
avanzati, il che circoscrive la rilevanza del fenomeno alla sola
"triade" ed alle aree strettamente connesse (cfr. supra punto
1).
Una terza causa che ha contribuito a generare il
fenomeno della globalizzazione è la rapidità di diffusione delle
innovazioni. Infatti, le tradizionali strategie d'impresa prevedono che
i prodotti siano dapprima immessi sul mercato interno (nazionale) e solo
successivamente, dopo un adeguato periodo di "rodaggio" e
consolidamento, questi vengano introdotti sui mercati internazionali.
Tuttavia le strategie "a due tempi" non sono applicabili a tutti i
prodotti: ad esempio, i primi televisori in bianco e nero si diffusero
in circa vent'anni (tempo caratteristico di un mercato non globale),
mentre molto più rapida fu la diffusione dei televisori a colori e dei
videoregistratori (prodotti globali).
Quindi la rapidità di diffusione delle innovazioni
fa sì che alcune tecnologie (che si erano indicate come seconda causa
della globalizzazione) siano immediatamente disponibili a livello
planetario, amplificando gli effetti globalizzanti dello sviluppo
tecnologico. È quindi vero (cfr. supra punto 2) l'assunto per cui la
globalizzazione non comprende né tutti i prodotti né tutti i settori e
non è un fenomeno generalizzato.
Una quarta causa del fenomeno riguarda alcuni
particolari beni e servizi che comportano, per loro natura, notevoli
costi di ricerca e sviluppo. Infatti, inventare ed innovare comporta
talvolta forti investimenti che richiedono, al fine di ottenere un
ritorno economico, non i volumi di vendite ottenibili attraverso la
dimensione domestica ma solo quelli generati in una dimensione globale
del mercato. Per questo la globalizzazione non è un fatto automatico
e un prodotto, un settore o un mercato divengono "globali" solo se
maturano alcune precise condizioni economiche (cfr. supra punto
3).
Sotto il profilo istituzionale, la nascita e lo
sviluppo della globalizzazione necessitano dell'abbattimento delle
barriere economiche tra i diversi Paesi (dazi, normative, etc.), come,
ad esempio, la creazione di un libero mercato all'interno dell'U.E..
Analogamente quei Paesi che spontaneamente avviano processi di apertura
ai mercati ed alle tecnologie della "triade" si mostrano potenzialmente
aperti ad accettare il fenomeno, del quale percepiscono le favorevoli
opportunità di crescita.
Le cause della globalizzazione possono quindi
essere così riassunte:
1) i bisogni globali dei consumatori;
2) lo
sviluppo delle tecnologie;
3) la rapidità di diffusione delle
innovazioni;
4) i notevoli costi di ricerca e sviluppo;
5) gli
abbattimenti delle barriere economiche tra i Paesi.
La globalizzazione ha profondamente mutato la
tradizionale concezione d'impresa accentuando il carattere "dialogico"
del rapporto tra questa ed il consumatore. Quest'ultimo esprime un
"bisogno" e la tecnologia adottata dall'impresa muta per soddisfarlo
pienamente.
Il "bisogno" è individuato attraverso il confronto
tra le diverse opportunità che vengono offerte al consumatore: lo
schema di riferimento porta così a definire dapprima il bisogno di
consumo in funzione delle opportunità di scelta, ed in un secondo
momento ad individuare la tecnologia da adottare in funzione del bisogno
appena identificato. Quindi l'impresa che dialoga non può essere
organizzata secondo modelli "burocratici", ma secondo altri più
flessibili, ad esempio il sistema di "reti di imprese" che garantisce
molteplici vantaggi.
Una volta esaminate le cause della globalizzazione
e le opportunità che questa è in grado di offrire, non resta che
affrontare il problema concernente gli effetti che
provoca.
In presenza della globalizzazione alla logica di
mercato si sostituisce la logica della cooperazione: per la prima
volta nella storia le imprese hanno finalmente l'opportunità di una
crescita non dimensionale, che non richiede più un aumento quantitativo
degli investimenti ma piuttosto la nascita di accordi con altre imprese.
Questo effetto della globalizzazione, che è assolutamente fondamentale,
fa sì che non sia più necessario, ad esempio, aprire filiali all'estero
per raggiungere un mercato: è sufficiente individuare dei partner che
metteranno a disposizione le loro strutture già esistenti sul
territorio, quindi con minori costi e minori vincoli di vari
genere.
Le accuse, spesso veementi, rivolte alle
multinazionali ed ai "G8" devono essere così in parte riviste: la
globalizzazione non è una scelta di "gigantismo" d'impresa, ma anzi
consente anche alle piccole e medie imprese di tutto il mondo di
ottenere lo stesso successo dei "giganti del mercato". Ad esempio i
Paesi in via di sviluppo o persino quelli del Terzo Mondo hanno
finalmente, grazie alla globalizzazione, la possibilità di emergere e
competere alla pari con le grandi multinazionali della "triade"; cosa
che trent'anni fa sembrava improponibile.
Un esempio evidente è costituito dalle imprese
indiane nel campo dell'informatica: la loro capacità competitiva è ormai
tale da poter competere con i colossi planetari del settore. Allora è
certamente vero che la globalizzazione costituisce un fenomeno che sarà
in grado in un futuro prossimo di attenuare sempre più le differenze
economiche e sociali tra i Paesi dei G8 ed il resto del
mondo.
Per realizzare queste "reti di imprese" si possono
comporre delle combinazioni tra le cc.dd. "nuove forme" di
internazionalizzazione (franchising, joint-ventures, etc.) e le forme
tradizionali. Per questo la globalizzazione non comprende solo le
imprese di grandi dimensioni. Questa è la prospettiva più interessante:
per la prima volta nello scenario internazionale non è più necessario il
"gigantismo" per operare a livello mondiale, ma occorrono soprattutto
conoscenze sempre nuove a livello manageriale.
La nuova figura professionale del manager o
dell'imprenditore deve conoscere perfettamente le tecnologie e il
marketing, deve fare propria la capacità di relazionare e negoziare con
gli altri soggetti: si abbandona così l'antica "cultura del sospetto"
per cogliere le nuove opportunità globali.
Così come nell'ottica globale il mondo delle
imprese è chiamato ad un rinnovamento, così il consumatore non può più
essere un soggetto passivo, ma deve anzi entrare in dialogo con le
imprese alle quali deve far pervenire dei segnali. Le imprese
interpretano ed utilizzano questi segnali per fare fronte ai bisogni
così manifestati.
Secondo Irshman con la globalizzazione vi è molto
di più della c.d. "possibilità di exit": in un sistema tradizionale il
consumatore può "acquistare" o "non acquistare", ma attraverso la
dialettica tra chi produce e chi consuma subentra la c.d. "possibilità
di voice", che appunto consiste nel dialogo tra le parti e così permette
all'impresa una maggiore flessibilità.
È quindi possibile passare da un'ottica di "exit"
ad un'ottica di "voice" nonostante le imprese non siano né tutte uguali
né tutte di grandi dimensioni, così come i consumatori non sono tutti
uguali. Da una parte i consumatori ragionano in un'ottica di "exit" e
non di "voice": il vero rischio è, infatti, che i consumatori stessi non
siano in grado di cogliere l'opportunità di "voice".
L'ottica di "voice" ha due fattori determinanti: le
"metapreferenze forti" e la diffusione di attività non strumentali.
Quando si è in presenza di entrambi si tende all'omogeneità, altrimenti
non si possono cogliere le opportunità del dialogo.
In particolare, le "metapreferenze forti" sono
quanto "sta dietro" al "bisogno" del consumatore: gli uomini non hanno
solo delle "preferenze" - che come si è detto sono talvolta dettate da
fattori più psicologici che di reale necessità - ma anche di
"metapreferenze" che lo portano a domandarsi "Ma io ho veramente bisogno
di questo?".
Preferenze e metapreferenze appartengono alla sfera
psicologica di ogni persona, e spesso le metapreferenze vengono
sopraffatte dalle preferenze; ma se si badasse di più alle
metapreferenze ognuno capirebbe l'importanza del dialogo ("voice"); e
perché ciò accada queste devono necessariamente essere
"forti".
Per quanto riguarda le attività non strumentali,
egualmente determinanti l'ottica di "voice", si tratta di quelle
attività che non vengono intraprese per ottenere un risultato immediato,
ma sono fini a sé stesse. Se sono culturalmente diffuse si sviluppa una
capacità di "voice", altrimenti permane la tradizionale ottica di
"exit".
In realtà l'efficacia e l'efficienza del sistema di
"reti di imprese" dipendono sia dallo spazio che le grandi imprese sono
disposte a lasciare a questi "collegamenti", sia dalla significatività
di questi spazi (che non devono essere meramente interstiziali o
marginali) e dal reale grado di libertà (e non di dominanza) che viene
concesso.
Del resto non è possibile credere che le imprese,
anche quelle maggiori, possano mai capire completamente ed interpretare
correttamente il fabbisogno del mondo intero; le imprese minori, invece,
possono focalizzare la loro attenzione su aspetti particolari o locali
sfruttando al meglio gli spazi lasciati liberi dalle imprese
leader.
In fondo si tratta di un promuovere politiche in
grado di sostenere tutte queste possibilità e favorire eventuali
opportunità a vantaggio delle piccole e medie imprese: nell'U.E., ad
esempio, è forte la presenza dell'"Europa delle grandi imprese", pur
accanto a rigide norme legislative che tutelano una competitività sempre
maggiore ed una minore concentrazione produttiva (Trattato di Roma, Atto
Unico Europeo).
La globalizzazione è proprio la carta giocata
dall'Europa per consentire l'internazionalizzazione delle proprie
imprese, e poiché questa è un fenomeno strettamente "triadico", viene
effettivamente a crearsi un problema etico nei confronti dei Paesi
sottosviluppati circa la redistribuzione della ricchezza giacché il
mutevole scenario globale potrà anche aumentare tali differenze per via
delle continue contraddizioni dei Paesi sviluppati.
Tuttavia, per le ragioni viste, per la "triade" la
globalizzazione si è dimostrata un'arma a doppio taglio che non le
consentirà più di tenere sotto controllo il resto del mondo: il fenomeno
è irreversibile e, per sua natura, necessariamente destinato nei
prossimi anni a coinvolgere anche i Paesi che fino ad oggi ne sono
rimasti esclusi. Quando il mondo sarà veramente globale non vi sarà più
differenza tra la multinazionale e la rete di piccole e medie imprese di
un'area depressa. Quel giorno, se sosterremo la globalizzazione, le
differenze economiche e sociali si
attenueranno.